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Ma quale cricket! Insegnamo ai bambini le nostre tradizioni

Dès – Arriva da San Giorgio una notizia alquanto sconvolgente: alla scuola elementare – che ho avuto io stesso la gioia di frequentare – non si sceglie più di raccontare ai bambini le tradizioni della Brianza, di insegnargli la nostra lingua né le nostre ricorrenze. É arrivata bensì la fantastica idea di far cimentare gli alunni nello sport nazionale del Pakistan: il cricket.
Come si può leggere da questo articolo su Il Cittadino, sarà un’iniziativa che coinvolgerà la scuola per 10 settimane consecutive, permettendo di “valorizzare la cultura di questo paese” e fornendo “un’occasione di crescita ed arricchimento”, come sostengono gli insegnanti. Ad occuparsi dell’insegnamento saranno due esperti del settore, che sicuramente – si spera – avranno le qualifiche per poter insegnare in una scuola, sia sportive che di sicurezza. I loro nomi sono Sarfaz Ahmad e Shahef Mehmood, rappresentanti della comunità pakistana della città. Non intendiamo assolutamente mettere in dubbio l’indiscussa professionalità, quanto ci preme riflettere sulla lenta ma devastante sparizione delle nostre tradizioni, in quanto anche la scuola stessa le snobba, preferendo loro esotiche attività sportive.

In secondo luogo, se è integrazione quella che noi vorremmo ci fosse, e non un violento scontro tra culture, in cui una soccombe lasciando spazio all’altra, allora non si sarebbero dovute impartire lezioni di cricket, bensì insegnare agli alunni il dialetto e le tradizioni brianzole: è preoccupante che i bambini della “nuova Brianza” conoscano come si declinino parole del gergo sportivo pakistano, e magari non sappiano il significato di papurott(1) o non abbiamo mai giocato alla lippa(2).

E mentre vediamo sparire all’orizzonte la nostra cultura, facciamo di tutto per allontanarcene anche noi, quasi fosse una vergogna da mascherare. Ma qui, l’unica vergogna è leggere con i nostri occhi queste notizie.

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(1): dolce a forma di pupazzo che si mangia nella zona di Lissone e Desio nel giorno dell’Epifania
(2): antico gioco panitaliano, con origine Lombarda, che consiste nel lancio di un pezzo di legno, servendosi di manici di scope rotte, appuntiti. (http://it.wikipedia.org/wiki/Lippa_(gioco))

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L’intolleranza verso i Padani

Settimana scorsa, navigando in rete, mi sono imbattuto in un articolo, sul sito “la voce di No Mas”, che tratta del presunto razzismo dei Padani e dei leghisti, accusati, dall’autore, Marco Besana, di essere i principali promulgatori di un’intolleranza di siffatto genere. Tutto ciò è nato come critica alla sezione del sito del movimento dei Giovani Padani, nel quale si fornisce uno spazio per denunciare eventuali atti di violenza ed intolleranza nei confronti di leghisti o Padani in genere. Molto spesso mi è capitato di essere apostrofato, da questo o quel personaggio, come rozzo od ignorante, solo perché mi dichiaravo aderente a tali ideali, salvo poi dimostrare sul campo come i titoli, attribuiti in forma puramente gratuita, fossero, nella maggior parte delle volte, invertiti. Se non si può parlare esattamente di razzismo, è pur vero che vi è un’intolleranza di fondo nei confronti di quanti o condividono gli ideali leghisti o, semmai, si sentono appartenenti ad una cultura che non è quella italiana, ma quella della regione cui appartengono. Essere e riconoscersi Padani, non è sinonimo di nazionalismo o di razzismo, bensì è una libertà che persino Woodrow Wilson, nel lontano 1918, citava nei suoi 14 punti, quella dell’autodeterminazione dei popoli. Non è mia intenzione dilungarmi in questo articolo sulle motivazioni che mi spingono a credere nell’esistenza di un’identità padana, ma invito il lettore a consultare tale dispensa, egregiamente curata, sulle ragioni per cui credere e difendere tale affermazione.

Ritornando all’articolo sopra citato, l’autore arriva pure a chiedersi “come possa esserci razzismo” nei confronti dei Padani, quasi come se la Storia non abbia già visto, nelle sue pieghe, sparizioni più o meno improvvise di popolazioni e culture; cosa, che, ahimè, è successa, con il Risorgimento, poi con il Fascismo ed infine con il Dopoguerra, ai danni delle popolazioni preunitarie, che si sono viste cancellate a favore della creazione di un’artificiosa identità Italiana.
É citato come esempio che porti l’ignaro lettore ad apostrofare il leghista come razzista, un presunto volantino della sezione della Lega Nord di Mirano (VE), che invitava a torturare i clandestini: la polemica che ne uscì a suo tempo venne poi smentita in quanto fu accertato, sia che la sezione del paese in questione nemmeno esiste, sia che il volantino era frutto di un fotomontaggio di un blog espressamente anti-padano.
Vengono inoltre criticate alcune affermazioni di Matteo Salvini, fra cui quella delle carrozze separate per i Milanesi. Ovviamente l’informazione è errata anch’essa, poiché presa fuori contesto: l’europarlamentare, dibattendo circa la quasi scomparsa dei Milanesi a Milano, ironicamente affermava che, continuando così, sarebbero stati creati dei vagoni separati per i Milanesi, poiché finiranno segregati come i Sioux in America. L’informazione spesso lascia il posto alla disinformazione, e parole come queste prendono molte volte la via opposta, vittime di penne maligne.
Riguardo, poi, i cori da stadio nei confronti dei Meridionali, non vorrei rompere quel tabù, che vede questi ultimi sempre vittime dei “meschini nordisti razzisti”, portando l’esempio della signora Ciampi, che, in una visita a  Napoli affermava “La gente del Sud più buona ed intelligente”. Se questo non è razzismo, è lecito che il lettore si interroghi su cosa sia veramente, se non l’aperta affermazione della superiorità di una cultura sopra l’altra.

Ci spiace che un sito così ricco di contenuti, interessante, e che io stesso apprezzo molto per le iniziative e l’informazione, come “la voce di No Mas”, cada in polemiche di tale genere, specialmente perché sterili, e perché neppure il cittadino comune crede più alla favola del Nord razzista ed intollerante.

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Quando l’incompetenza blocca il paese

Vogliono comandare il paese, vogliono la governabilità e il dialogo, la blocca processi e il legittimo impedimento, il blocco delle intercettazioni e lo zittio dei pentiti di mafia. Vogliono, insomma, governare il paese, sono il grande partito del popolo della libertà (o perlomeno così si apostrofano), ma non sono capaci di adempiere alle stesse rigidità burocratiche alle quali il paese ci sottopone.
Si trattava di presentare una lista, almeno 3500 firme e non più di 5000. Non ce l’hanno fatta, è nato un putiferio dal quale escono pure accuse di golpe e minacce di atti indemocratici. E mentre il paese necessita di riforme, l’incompetenza delle “volpi” romane e della Lista Formigoni condanna i cittadini a giorni di tempesta mediatica. Ma, è dimostrato, i partiti radicati sul territorio, come la Lega Nord, non hanno avuto alcun problema con la presentazione delle liste. «Dilettanti allo sbaraglio», il Senatùr apostrofa così quest’enorme bufala burocratica.
Ma facciamo chiarezza: tralasciando l’affair Polverini (nel quale, alla base del ritardo della consegna della modulistica, si vocifera ci sia un ritocco delle liste all’ultimo minuto, insomma, il solito gioco alla romana), per quanto riguarda l’esclusione della Lista per la Lombardia di Formigoni, si può dire che l’incorrettezza sia stata riscontrata in 514 firme.

“In base agli esposti presentati dalla Lista Marco Pannella, la Corte d’Appello ha riscontrato che le doglianze risultano fondate con riferimento alle voci indicate nel relativo esposto: mancanza del timbro tondo sui moduli (136), mancanza data dell’autentica (121), mancanza luogo della autentica (229) e mancanza qualifica autenticante (28) per un totale di sottoscrizioni invalide di 514″

Ansa

Ma ignorantia legis non excusat. Non si può arrivare a minacciare la stabilità e la democraticità dello Stato per errori burocratici. Intanto stasera si riunisce in via straordinaria il Consiglio dei Ministri, vedremo cosa ne uscirà.
Nel frattempo, come dice il segretario della Lega Lombarda, Giorgetti, «Il Pdl impari come si fa politica con passione e competenza», quelle caratteristiche tipiche dell’Alberto da Giussano.

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Cosa c’è dietro questi disastri?

Dopo il disastro ambientale di due giorni fa sul Lambro, ecco che la Brianza è ancora al centro della cronaca: un pregiudicato calabrese freddato con un colpo alla testa e uno al cuore. Il terreno della Lombarda Petroli in mano ad un famoso gruppo edile locale, forse un’intimidazione finita male che ha visto il disastro ecologico. Troppo per la nostra Brianza!
Possibile che ci siano dietro questi pessimi fatti di cronaca ancora cosche malavitose, regolamenti di conti o, peggio, infiltrazioni mafiose? Non è un mistero che in Brianza le mafie abbiano trovato terreno fertile: un rigoglioso mercato del mattone, un cospicuo giro d’affari, ma, soprattutto, tanta gente ignara.

E questi fatti si vanno ad aggiungere al già triste dato rilevato nel  2008 che vedeva il territorio desiano letteralmente disseminato di rifiuti tossici, con un conseguente pericolo per tutta la cittadinanza. Ma di questo tratterò adeguatamente nei prossimi articoli.
Intanto le associazioni antiracket chiudono (ha abbandonato il campo nel mese scorso l’associazione SOS Antiracket, per continue minacce ed atti intimidatori), e nella giungla della malavita si fa a gara per chi riuscirà a controllare il territorio, sempre ammesso che non sia già stato spartito fra le varie famiglie.

Manifesto dei Giovani Padani

Questa predisposizione alla malavita, vi posso assicurare, non è di certo Brianzola. Dagli anni ’60 ad oggi è in atto una conquista silenziosa (come rilevano le indagini del CNEL), che nulla mostra delle trame se non il risultato finale. E vediamo le nostre città usurpate, e sembriamo impotenti davanti a tutto ciò.
Ma noi non molliamo, andiamo avanti. Bisogna riconquistare le nostre città, sbattere fuori quanti non c’entrano nulla, per dire a questa gente:
la Brianza non è cosa vostra!

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Io sto con Salvini

da ilgiornale.it

Dopo le agitazioni di Via Padova, dopo gli attacchi del centrodestra verso il centrosinistra, del centrosinistra verso il centrodestra, di tutti contro tutti, solo una proposta, valida e seria, si è alzata in quel marasma: il capogruppo della Lega Nord in Consiglio Comunale a Milano, Matteo Salvini, ha proposto, in maniera seria e distinta, di effettuare espulsioni casa per casa, per individuare e rimpatriare gli irregolari.

«Occorrono controlli ed espulsioni casa per casa, piano per piano. Purtroppo i segnali di quello che sarebbe successo c’erano già». E come dargli torto? La situazione in Viale Padova, a detta degli stessi residenti, è insostenibile. La legalità e la sicurezza non si ripristinano con le parole, già troppo spese inutilmente in questi ultimi anni, ma con i fatti. Come mai i fermati erano irregolari? Perché, anche se registrati nel CIE di Via Corelli e dovendo essere rimpatriati, sono diventati i protagonisti della rivolta del ghetto?
Uno Stato deve garantire la sicurezza ai cittadini, ai residenti di Via Padova come della Bovisa, di Buccinasco come di Abbiategrasso, di Lissone come di Desio, di San Giorgio come dell’intera Lombardia.
Ma quando anche nei salotti romani si percepirà questa ondata di insicurezza, di degrado e di criminalità, allora sarà troppo tardi.
«Questa è un’emergenza che va gestita con pugno duro», sagge parole, speriamo non vengano ignorate.

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Crocefisso, fino a dove difenderlo?

Era il 3 Novembre dello scorso anno, quando una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e del cittadino sanciva che il crocefisso doveva immediatamente sparire da ogni luogo pubblico in Italia. Da allora si sono scatenati i più accesi dibattiti sul tema.

John Locke, filosofo inglese

Ma fin dove dobbiamo, ma soprattutto possiamo, difendere il crocefisso? Bisogna ricordare che ci sono molte persone, si è stimato circa il 50% della popolazione europea (fonte: cafebabel.it), che si dichiarano atee o agnostiche. E sono cittadini europei in egual misura ai credenti. Sarebbe dunque legittimo che i primi possano frequentare luoghi pubblici che siano laici e non riconducibili a fedi religiose, nelle quali loro non si riconoscono. Lo stesso John Locke nell’Epistola sulla Tolleranza recitava: «Il magistrato (qui inteso come lo Stato, nda) non può imporre con la legge civile riti ecclesiastici o cerimonie di culto divino, né della propria Chiesa, né tanto meno della Chiesa degli altri». È quindi giusto che vi sia laicità nello Stato, e dunque nei luoghi pubblici. Quanti vogliono difendere il crocefisso, simbolo religioso, e sono convinti che sia dovere dello Stato mantenerlo in questi luoghi, commettono un errore, cieco e banale. Lo Stato è laico, o perlomeno tenta di esserlo.

L'ayatollah Komeyni

Le moderne democrazie non devono involvere in teocrazie; abbiamo davanti ai nostri occhi l’esempio fulgido dell’Iran: correva l’anno 1979 quando la Rivoluzione Iraniana deponeva la millenaria monarchia persiana ed instaurava nel paese un governo di tipo Islamico, proclamato repubblica, ma che di repubblicano possedeva solo il nome, in quanto fondava la sua legislazione sulla Sharia, la legge islamica (sia indice di analisi della democraticità di tale legge anche solo il ricorso a cento frustate per l’adulterio o al taglio delle mani per il furto). Era proprio l’ayatollah Khomeyni che pronunciava queste parole: «Il popolo ha voluto la Repubblica islamica e tutti debbono accettarla». L’estensione del culto religioso a tutto il popolo, obbligato, pena la morte, fu il principale segno di ademocrazia che si registrava in quel frangente.

Tornando sui nostri passi, quindi, decretare per legge l’esposizione di un simbolo religioso fa avvertire sentori di integralismo e intolleranza. Se veramente ci reputiamo socialmente superiori alle teocrazie islamiche, possiamo dimostrarlo nel difendere lo Stato come ente laico e solamente tale.

Allora perché, vi chiederete, difendo la presenza del crocefisso all’interno dei luoghi pubblici, non solo, ma anche in quelli privati? Poiché esso, se inteso come lo intendo io, ovvero in qualità di simbolo fortemente culturale che denota la nostra appartenenza alla cultura europea, non può essere privato della sua forte carica identitaria. É da stolti negare il forte ruolo che ebbe il Cristianesimo all’interno della cultura europea di ogni secolo. Ed è proprio da quei principi, che la cultura europea, nei quali è intrisa, si è staccata per partorire il pensiero cosiddetto “occidentale”, la nostra cultura odierna. Il Cristianesimo detenne un ruolo più che fondamentale durante la gestazione della giovane europa, ed è corretto che noi, in quanto europei, non cancelliamo l’identità e il ricordo della Storia.

Togliere il crocefisso dai luoghi pubblici, dunque, non significa, come molti credono, sbarazzarsi di un ingombrante emblema religioso, bensì, levarlo, significherebbe negare la nostra storia.
E negare la culla dalla quale siamo nati, porta come conseguenza l’annullamento delle nostre identità. Anche se ci siamo “evoluti”, togliere le nostre radici, significherebbe togliere noi stessi, eliderci ed illuderci.

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