Archivio di ottobre 2011
«A Lissone, chi costruisce, lo sceglie la politica»
Lissone - “Io ci ho impiegato 2 anni e mezzo, ad ottenere l’approvazione a costruire, gli altri ci hanno messo 7-8 mesi, a Lissone chi costruisce e chi no lo decide la politica”. Un sassolino (nemmeno troppo piccolo) che rischia di generare una valanga. La procura di Monza ha intenzione di convocare nuovamente il costruttore Eugenio Zanella, dopo le dichiarazioni molto forti rese da quest’ultimo mercoledì, nell’ambito del processo che lo vede imputato assieme all’architetto Marco Terenghi, ex responsabile dell’ufficio tecnico del comune, per concorso in corruzione in relazione al piano integrato di intervento di via Giotto Vasari.
Lo stesso processo che vede sul banco degli imputati, per un’altra vicenda edilizia minore, anche un altro imprenditore, Lino Lacchei e una professionista del settore, l’architetto Laura Valotti. Si tratta, in particolare di un intervento edilizio in via Pisacane. Le parole di Zanella, ora, rischiano di scatenare un terremoto sull’amministrazione: “Di me hanno detto che costruivo i grattacieli, mentre erano altri che lo stavano facendo, anche su terreni più piccoli del mio. A chi mi riferisco? Per esempio a Giulio Mosca (imprenditore edile ndr). E la cosa folle è che il consiglio comunale li ha approvati questi progetti. E qui stiamo parlando di politica”.
A questo punto, il pubblico ministero Salvatore Bellomo e il presidente del collegio giudicante Italo Ghitti, hanno incalzato l’imputato, invitandolo a fare nomi e cognomi. Zanella non si è sottratto: “Di quali politici? Io, per esempio, ho avuto a che fare con l’assessore Edgardo Gabani e con l’assessore Ruggero Sala che era anche vicesindaco”. Ora, visto il peso delle dichiarazioni, il pm potrebbe aprire un procedimento separato, e interrogare Zanella come persona informata sui fatti. Le accuse sul Pii di via Giotto, riguardano l’autorizzazione a costruire, data dal Comune, l’equivalente di 17 palazzi.
Grandi volumi, in cambio di concessioni di opere pubbliche ritenute troppo ridotte, come l’ampliamento della scuola elementare di via Tasso e la costruzione della nuova palestra per lo stesso istituto. Pratica che secondo il pm sarebbe stata affidata a Zanella da parte di Terenghi sulla base di un accordo corruttivo. Vicenda sulla quale, erano stati presentati due esposti alla Procura di Monza. A seguire l’udienza, mercoledì, c’era anche il sindaco Ambrogio Fossati. Dopo l’esame degli imputati, il tribunale ha rinviato il processo. Si torna in aula il prossimo 28 novembre.
tratto da ilcittadinomb.it
Paura di quello che avrebbe potuto dire Gheddafi
Da un articolo del Corriere su questo vergognoso atto, voglio citare una sola frase. Scempio inverosimile, che fa nascere nel sangue una nuova democrazia. Democrazia zoppa, monca e vergognosamente corrotta fin dal principio. Un ventenne che uccide un uomo – criminale o meno, non è questo il punto – che implora di non sparare. Avrebbe subito un regolare processo. Perlomeno così si fa nelle democrazie (quindi non negli USA e nello statunitense Iraq).
Delle bestie che uccidono una bestia (non c’è altro nome per descrivere qualcuno che uccide e filma con la stessa crudeltà). Non è democrazia. Probabilmente ha ragione qualcuno a dire che è l’ennesimo cambio di centri di potere voluto da multinazionali del petrolio, che, cogliendo l’occasione della rivolta, si sono disfate di un alleato che ormai era scomodo. Ma che è stato comodo per più di 40 anni.
Ma ecco qui la frase di cui parlavo:
«Dopo decenni di massacri, ritengono che giustizia sia fatta. E sono rilassati anche coloro che temevano un possibile processo-show del Raìs: avrebbe avuto tante cose da raccontare»
Per favore, non chiamateli studenti
Milano – Guerriglia urbana: protagonisti, dicono, gli studenti.

Ma questi non sono studenti. I veri studenti sono in classe a studiare per crearsi un futuro. L’unico futuro che vedo per i sovversivi che oggi hanno protestato con lanci intimidatori di oggetti contundenti in direzione di banche e polizia, è la galera.
La manifestazione è lecita, se civile. La violenza di queste azioni deve essere condannata, come l’ignoranza alle spalle di certi slogan. Vogliono essere gli indignados italiani, ma i veri indignati, coloro che sono stufi di questo paese tanto loquace quanto poco concreto, sono nelle fabbriche a portare avanti l’economia, sono nelle università o a scuola a costruirsi un domani.
Antifascisti militanti, si definiscono. Antifascisti che hanno come prerogativa la violenza. Coerenti?
Venerdì scorso – e il lettore si chieda perché le manifestazioni studentesche avvengono esclusivamente di venerdì – il treno
suburbano che prendo per andare all’università è stato letteralmente bloccato da un gruppo di questi sovversivi, che, dopo essere saliti in carrozza all’urlo di «scioperiamo le scuole», fumando vistosamente marijuana, hanno circondato il controllore. Ascoltando i loro discorsi, veniva da chiedersi se sapessero le motivazioni della manifestazione. Ne dubito. Frasi del calibro di “Scioperiamo le scuole perché la Gelmini vuole toglierci Facebook” erano una costante. Treno pieno di pendolari, di persone che devono timbrare il cartellino o firmare il foglio di presenza alle lezioni che subisce pesanti ritardi. Rigorosamente senza biglietto, scendono dopo 3 fermate, lasciando – oltre che l’odore di canne – anche uno sbigottimento generale nei passeggeri.
Ignoranza mista a violenza: per favore, non chiamateli studenti!
Se Steve fosse nato in provincia di Napoli
Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui, con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.
Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.
Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.
Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.
I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.
Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?
Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.
Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.
Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.
Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.
I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.
La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.
tratto da: napolinews24.net


Lissone - “Io ci ho impiegato 2 anni e mezzo, ad ottenere l’approvazione a costruire, gli altri ci hanno messo 7-8 mesi, a Lissone chi costruisce e chi no lo decide la politica”. Un sassolino (nemmeno troppo piccolo) che rischia di generare una valanga. La procura di Monza ha intenzione di convocare nuovamente il costruttore Eugenio Zanella, dopo le dichiarazioni molto forti rese da quest’ultimo mercoledì, nell’ambito del processo che lo vede imputato assieme all’architetto Marco Terenghi, ex responsabile dell’ufficio tecnico del comune, per concorso in corruzione in relazione al piano integrato di intervento di via Giotto Vasari.
