Archivio di gennaio 2011
Nemici del federalismo (1): IDV
(ANSA) – ROMA, 31 GEN – ‘L’Italia dei Valori votera’ no in commissione bicamerale al federalismo’. Lo ha detto Antonio Di Pietro, molto irritato per l’intervista di Roberto Maroni al Corriere della Sera. ‘Siamo all’opposizione, non soffriamo di nessuna sindrome di Stoccolma e non accettiamo – ha sottolineato il leader Idv – diktat’. ‘Voteremo no perche’ la caduta del governo Berlusconi e’ l’obiettivo piu’ importante‘, ha concluso.
E qui si vede tutta la lungimiranza di un esponente politico come Di Pietro. Dire che il federalismo, a differenza della caduta di Berlusconi, non è un obiettivo, è come affermare che è meglio sconfiggere un avversario politico piuttosto che dare una scossa economica al paese. Come se in una sala operatoria, al posto che guarire un malato, i medici si mettessero a prendersi a pugni, incolpandosi vicendevolmente. Non è poi tanto una metafora, quanto una cruda realtà, questa. Di Pietro fa prevalere ancora una volta l’egoismo.
Quando finiremo come la Grecia e la gente chiederà spiegazioni, risponderemo che alcuni hanno preferito mandare a casa Berlusconi, piuttosto che salvare il paese.
L’Italia si farà da Roma in giù
Di tutte le sfide che l’Italia deve affrontare, quella del Mezzogiorno, dopo 150 anni dall’unificazione nazionale, resta la più difficile. Anche perché nell’intera Europa occidentale non esiste nessun altro paese “duale” come il nostro, anche in termini dimensionali, essendo la popolazione del Sud e delle Isole grande all’incirca come quella di Grecia e Portogallo insieme.
Già sappiamo molto sul divario economico Nord-Sud. Innanzitutto riguardo al valore della produzione. Le statistiche Eurostat ci dicono che, a parità di potere d’acquisto, il Pil pro capite del Nord Italia è superiore a quello della Svezia mentre il Pil pro capite dell’intero Nord Centro Italia (un’area che equivale a una nazione europea medio-grande, con quasi 40 milioni di abitanti) è nettamente superiore a quello di Germania o Francia. Per contro, il Pil pro capite del Sud e delle Isole è inferiore al Portogallo. Ciò dovrebbe far riflettere anche sulle “ricette” per riformare l’Italia e rilanciarne la crescita poiché è evidente che una cosa è “curare” il Nord Centro (ai vertici in Europa), un’altra è “curare” il Mezzogiorno (che arranca con i più deboli paesi europei mediterranei).
Il divario tra Nord e Sud Italia è ben riflesso anche dai dati sulla ricchezza finanziaria delle famiglie (sia pure in misura meno accentuata perché le cifre sullo stock di ricchezza accumulata nel tempo probabilmente fanno emergere una parte del sommerso del Mezzogiorno che i dati del reddito non hanno “catturato”). Se il Nord Ovest e il Nord Est vantano una ricchezza finanziaria per abitante al top in Europa, su livelli analoghi o superiori a quelli di Belgio e Olanda, il Mezzogiorno è molto indietro. E il divario si amplia includendo la ricchezza immobiliare. Per quanto riguarda l’export e il surplus manifatturiero, il Nord Centro Italia nel 2009 ha esportato prodotti industriali non alimentari all’incirca come la Gran Bretagna intera (178 miliardi contro 189) potendo però vantare un gigantesco surplus manifatturiero con l’estero (45 miliardi), secondo nella Ue solo a quello tedesco, mentre la Gran Bretagna è in profondo deficit (60 miliardi).
Viceversa, l’apporto del Mezzogiorno all’export manifatturiero italiano è molto basso (16 miliardi), cioè meno di quanto esporti il Portogallo (24 miliardi) e anche il surplus manifatturiero con l’estero del Sud e delle Isole (meno di 3 miliardi) non è minimamente confrontabile con quello del resto d’Italia. Anche le statistiche sulla disoccupazione mostrano enormi divergenze tra Nord e Sud. Si pensi alla disoccupazione giovanile, oggi al centro dell’attenzione generale, che nelle regioni del Nord Ovest e nel Nord Est è di 5-10 punti più bassa che nella Londra “interna” o in Svezia, mentre nel Sud Italia è simile o più alta che nella disastrata Spagna.
La novità a livello statistico è oggi rappresentata dallo sviluppo della banca dati Eu-Silc, dove Silc sta per Statistics on Income and Living Conditions: un bagaglio davvero fondamentale di informazioni messe in rete dall’Eurostat, a cui tutti gli analisti attribuiscono grande importanza. La stessa Commissione europea ha posto i dati Eu-Silc alla base dell’individuazione dei suoi obiettivi 2020 di riduzione della povertà e dell’esclusione sociale in Europa. Tali dati sono cruciali anche per meglio inquadrare il divario tra Nord Centro e Mezzogiorno d’Italia ed evidenziarne, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, la drammaticità.
La gigantesca mole di informazioni delle Eu-Silc è sintetizzata in un Indice di povertà ed esclusione (Ipe) composto da tre sottoindici: un Indice di povertà basato sul 60% della mediana del reddito; un Indice di severa deprivazione materiale basato sull’incapacità di una famiglia di permettersi quattro o più consumi rispetto a un paniere selezionato di nove beni e servizi (tra cui auto, tv a colori, telefono, un pasto a base di carne o pesce ogni due giorni, una vacanza di almeno una settimana all’anno); e un Indice di bassa intensità di lavoro (cioè se gli adulti di una famiglia hanno lavorato nell’anno precedente meno del 20% del loro potenziale). L’Ipe è la somma della percentuale di popolazione a rischio di povertà più quella di non poveri ma “deprivati”, più quella di non poveri né “deprivati” ma a bassa intensità di lavoro.
L’analisi dei dati dell’Ipe per il 2009 conferma la straordinaria peculiarità del divario geografico economico-sociale italiano. Infatti, il Nord Est ha il più basso Ipe in rapporto a quello dei paesi della Ue-15, migliore di quello dell’Olanda, che è la nazione meno povera e a rischio di esclusione, mentre il Nord Ovest a sua volta precede la Svezia, che è la seconda nazione europea meno disagiata. Anche il Centro Italia è in una posizione non critica, stando esattamente in mezzo a Francia e Germania, mentre il Sud e le Isole presentano invece gli Ipe nettamente più alti, di 11-17 punti percentuali al di sopra della Grecia, ultima in classifica. Ciò peggiora terribilmente la media italiana, che tuttavia proprio per questi divari territoriali “interni” appare assolutamente fuorviante ed è poco significativa anche ai fini dell’individuazione di politiche di intervento. Diverse regioni italiane, infatti, presentano valori molto bassi dell’Ipe, tra cui Trentino Alto Adige e Lombardia (entrambe al 10,9%), Valle d’Aosta (13%), Emilia Romagna (13,7%), Veneto (14%), tutte con percentuali inferiori a quelle dell’Olanda (15,1%). Mentre i valori più critici dell’Ipe nel Mezzogiorno sono quelli di Sicilia (49,3%, vale a dire che una persona su due è a rischio di povertà o esclusione), Campania (42,5%) e Calabria (41,8%).
Queste nuove statistiche comparate dell’Eurostat sono fondamentali per capire meglio l’Italia e i suoi problemi. Ribadiscono la gravità e l’urgenza della questione meridionale. Inoltre, evidenziano una volta di più quanto siano semplicistiche certe tesi urlate ma non dimostrate che associano tra loro la scarsa crescita, nonché i bassi livelli medi di reddito, di alta disoccupazione giovanile e di disagio sociale dell’Italia alla mancanza di competitività e alla debolezza del nostro sistema produttivo o del nostro modello di piccole e medie imprese. Infatti, il Nord Italia, che di tale modello è la massima espressione paradigmatica, primeggia per Pil pro capite, ricchezza delle famiglie, export e surplus di manufatti, bassa disoccupazione. E ora anche per i più bassi livelli di povertà ed esclusione sociale (misurati dalle nuove Eu-Silc) rispetto alle nazioni Ue più evolute, competendo alla pari con grandi regioni europee molto ammirate come Baviera e Baden-Württemberg. E lo stesso Centro Italia (pur con alcune criticità nel Lazio) è ottimamente posizionato quanto a statistiche economiche e sociali.
Sia chiaro: più competitività, energia a prezzi più bassi, meno posti di lavoro “blindati” e meno precari, più liberalizzazioni, più meritocrazia e meno burocrazia non possono che farci del bene, anche al Nord Centro. Ma non perché dobbiamo risalire dal fondo classifica dell’economia europea (come spesso si argomenta superficialmente discutendo dei valori medi italiani) bensì perché il Nord Centro vuole rimanerne ai vertici. La questione di fondo è però come riprogettare una strategia per il nostro Mezzogiorno che punti non soltanto a ridurre il divario insopportabile con il resto d’Italia ma possa rappresentare anche un’occasione per aggiungere margini significativi al potenziale complessivo di crescita dell’intero paese. Passando per un rilancio epocale delle infrastrutture, del turismo e dell’agricoltura di qualità da Roma in giù, con una buona iniezione di innovazione e “green economy”.
Tratto da: ilsole24ore.it
Maroni: tregua per tornare a pensare al Paese

Caro direttore,
la lettura dei giornali in questi giorni mi lascia sconsolato. Provo fastidio e imbarazzo quando giro le pagine dedicate al caso Ruby.
Piene di reportage piccanti, di accuse infamanti, di condanne preventive, di moralismi di convenienza, di interviste ai catastrofisti di professione, di dibattiti neo-femministi sul tema l’utero-è-mio-e-me-lo-gestisco-io. Il mio fastidio non deriva solo dalla questione che vede protagonista il Presidente del Consiglio (sono peraltro convinto che la vicenda in sé, almeno sotto il profilo penale, sia del tutto inconsistente) né dalle rivelazioni (molto déjà vu) su ciò che il Presidente del Consiglio fa a casa sua la sera (il suo stile di vita è diverso dal mio, certo, ma è, appunto, affar suo). Provo fastidio per le ingiuste critiche che sono state rivolte all’operato della Questura di Milano nella vicenda Ruby, perquisizioni comprese. Ho difeso questo operato in tutte le sedi, a cominciare dal Parlamento, dalle opposte accuse di «eccesso di tolleranza» verso Ruby la notte del fermo e di «eccesso di brutalità» nelle recenti perquisizioni nei confronti delle amiche di Ruby. Questa posizione la ribadisco volentieri anche qui. E la mia non è una difesa d’ufficio, essendo Ministro dell’Interno: lo faccio perché conosco chi dirige la Squadra Mobile e la Questura di Milano, li ho mandati io e li stimo, so come operano e quanto rigore mettono nella loro difficile attività quotidiana. Non c’è nulla da rimproverare nel loro comportamento in questa vicenda, e comunque la responsabilità politica (se ve ne fosse alcuna, ma non c’è) è solo mia.
Provo fastidio perché l’ossessione voyeuristica di certa stampa nei confronti della vita privata del Presidente del Consiglio trascura di valorizzare come si dovrebbe, in un Paese come il nostro, gli straordinari successi conseguiti dalle forze dell’ordine nel contrasto alla criminalità organizzata messe in atto con ordinaria straordinarietà; perché per arrivare a leggere della rivoluzione copernicana avviata da Marchionne nel sistema delle relazioni industriali devo passare almeno dieci pagine che trattano di escort e prostitute delle cui faccende personali non mi frega un accidente; perché vedere Vauro che insulta il Papa con una vignetta sconcia e accanto a lui Santoro e i suoi ospiti che ridono mi offende; perché ai nostri confini la Tunisia esplode, l’Albania si infiamma, il Maghreb rischia di diventare preda della jihad islamica, ma a pochi dell’opposizione interessa, impegnati come sono ad invocare l’auto-licenziamento di Berlusconi, non essendo riusciti a farlo licenziare dal popolo sovrano alle elezioni. E naturalmente si indignano se lui non si dimette.
Mi ricordano la caustica ironia con cui Vittorio De Sica definiva gli «indignati di professione»: in molti casi l’indignazione morale è al 2% morale, al 48% indignazione e al 50% invidia. Il caso Ruby ha ridato fiato a quell’antiberlusconismo manicheo ed elitario che spopola nei talk show ma non riesce mai a trasformarsi in rivoluzione popolare. Un antiberlusconismo inconcludente che ha già fallito la prova della sfiducia parlamentare al Governo, che non porterà alle dimissioni di Berlusconi ma, anzi, contribuirà a rafforzare la compattezza e la tenuta della maggioranza. Niente da temere allora per Berlusconi e il Governo? Non proprio. Anzi. Appartengo ad un partito (la Lega Nord) nato sulle ceneri della prima repubblica e delle sue astruse «convergenze parallele», un partito alimentato dalla ruvida concretezza delle genti che vivono di lavoro duro, a letto presto la sera e sveglia presto al mattino. Un partito in cui ripongono speranze e preoccupazioni milioni di persone, famiglie, giovani, imprenditori e professionisti che la crisi economica morde ai polpacci. Sosteniamo lealmente la maggioranza di cui facciamo parte ma dopo l’abbuffata di culi e tette nel caso Ruby vogliamo tornare alle cose che interessano i cittadini: chiediamo a tutti (maggioranza e opposizione) di deporre le armi della sfida quotidiana su teoremi, complotti e persecuzioni e di tornare ad occuparci a tempo pieno di quello per cui siamo stati eletti, affrontare i problemi e risolverli. Solo pochi mesi fa il Parlamento ha ritrovato l’orgoglio del primato della politica approvando con voto unanime il piano straordinario contro le mafie predisposto dal Governo su proposta mia e del collega Angelino Alfano. È davvero impensabile sperare che la parte più responsabile dell’opposizione riesca a staccarsi dal buco della serratura, smetta di alimentare un circo mediatico da basso impero e sia disponibile a definire rapidamente con Governo e maggioranza un piano straordinario di misure economiche e finanziarie per favorire la crescita, sostenere le imprese (in primo luogo quelle piccole e medie), dare sollievo ai sindaci e ai loro bilanci asfittici, magari rinegoziando il patto di stabilità su basi più articolate ed efficaci?
Ho attenzione e rispetto per gli scenari apocalittici rappresentati in questi giorni sui giornali, ma voglio far prevalere i motivi di speranza e di ottimismo per l’anno che è appena iniziato. Il 2011 è l’anno del Dragone. E non solo perché si celebrano i 40 anni di relazioni diplomatiche tra l’Italia e la Cina. Il 2011 è l’anno del Dragone perché si avvia ad essere l’anno delle sfide finali: la sfida tra politica e magistratura (svanirà finalmente il mito della rivoluzione giudiziaria e dei magistrati-Robin Hood? Sarà capace Berlusconi di fare finalmente quella riforma della giustizia di cui si parla da anni?); la sfida tra conservazione dell’esistente e rivoluzione liberale (sempre annunciata ma non ancora compiutamente realizzata); la sfida tra il modello italiano di welfare state (che protegge i più deboli e sostiene l’inclusione nel mondo del lavoro) e l’aggressione di una concorrenza globale senza regole, priva di etica e di umanità; infine, la sfida tra il vecchio Stato centralista (che compie 150 anni senza aver risolto in modo soddisfacente il dualismo socio-economico tra nord e sud) e il nuovo assetto federale proposto dalla Lega, che tenta di affermare la sua modernità tra le mille insidie di apparati e lobby onnivore. Nel nostro piccolo, il 2011 è anche l’anno del Dragone per la Lega: il prossimo 2 febbraio, il Parlamento deciderà se approvare o meno il federalismo fiscale targato Umberto Bossi, determinando di fatto le sorti della legislatura. Esattamente 20 anni fa, in un nebbioso weekend di febbraio, si teneva alla periferia di Milano il congresso di fondazione della Lega Nord. Nasceva il partito della rivoluzione federalista e di quella economica. Sentite come Umberto Bossi descriveva allora l’ambizioso progetto della Lega: «La rivoluzione della Lega è l’unica possibile rivoluzione socio-economica in un sistema industriale avanzato: è l’avvento del liberismo federalista. Grazie ad esso il blocco sociale dominante dei burocrati assistiti viene scalzato dal blocco sociale dei produttori: imprenditori privati e lavoratori dipendenti. Un blocco sociale produttivo, composto da imprese private concorrenziali, libere professioni, servizi funzionanti». Ora, dopo 20 anni, siamo finalmente arrivati al momento della verità.
Roberto Maroni,
Ministro dell’Interno
23 gennaio 2011
da: www.corriere.it
Finalmente!
Ricevo la notizia e pubblico all’istante la novità. Arriva infatti dal comune la straordinaria notizia che nelle prossime ore ci saranno degli interventi di manutenzione dell’illuminazione pubblica nel Quartiere San Giorgio e in Via Per Seregno. Finalmente, dopo le numerosissime richieste che il sottoscritto ha presentato circa l’illuminazione pubblica nel quartiere, qualcosa si è mosso. Finalmente gli abitanti di Via Per Seregno potranno disporre di un servizio di illuminazione accettabile.
Perché l’ex Assessore competente non è intervenuto nonostante il problema fosse ripetutamente stato segnalato? Perché si è dovuto aspettare il Commissario Prefettizio?

Il buco nell’etere dei Giovani Democratici
È triste che, per farsi pubblicità, questi neonati Giovani Democratici vadano ad attaccare la solidarietà che gli Studenti Padani avevano dato, durante la trasmissione radiofonica l’Ora Buca del 19 Dicembre 2010, alle forze dell’ordine circa gli scontri di piazza durante i cortei studenteschi. Certo, la provocazione c’è stata, le parole forti sono state usate, ma l’ascoltatore ha poi capito che non erano nient’altro che un modo per esprimere alle Forze dell’Ordine la totale stima del movimento, un modo forte per stare vicini a dei padri di famiglia che devono finire all’ospedale perché qualche delinquente dei “centri sociali” scaglia pietre, tira bastoni e lancia petardi.
Spiace inoltre che i Giovani Democratici citino erroneamente: infatti, durante la trasmissione, esattamente al minuto 5:34, vengono dette le seguenti parole: «[…] il corteo è un movimento pacifico per manifestare. Se alcune persone se ne approfittano per cercare di compiere atti di violenza, così come allo stadio dove tu sei lì che vuoi vederti la partita, se tu in un corteo non ti comporti diligentemente, via, a casa!». Al minuto 6:33, invece: «Questi vili mandano davanti lo studente piccolo ed indifeso, che pensa di essere lì per l’ideale… mentre loro vanno lì con i fumogeni, con le mazze, con le pistole e picchiano i poliziotti». Non sussiste, dunque, la critica di non distinguere fra facinorosi e gente onesta. Il posto dei manifestanti pacifici è la piazza, quello dei violenti è solo la galera, e qui l’abbiamo dichiarato molto chiaramente.

Non solo. Nella medesima trasmissione, che i Giovani Democratici hanno criticato ma non ascoltato, viene detto che la Riforma Gelmini è opinabile (tanto che si può discutere democraticamente sui suoi aspetti), ma non è opinabile il fatto che la violenza usata da certi personaggi sia deleteria. I 20.000.000€ di danni calcolati per quella che a tutti gli effetti è stata una guerriglia, i bulloni lanciati, i bastoni tirati e petardi accesi, sono molto più dolorosi di una dichiarazione. Ma spesso in Italia si tende a ricordare come eroi i criminali che si scagliano contro le Forze dell’Ordine e a condannare come criminali gli eroi che, invece, combattono per la democrazia. Viene dai centri sociali il motto vergognoso “10, 100, 1000 Nassiriya”. Viene dalle stesse persone di cui i Giovani Democratici si sono schierati in difesa. Ed è triste che si schierino in difesa di qualcuno che di democratico non ha proprio nulla. La democrazia è il dare la vita affinché anche il tuo peggior nemico abbia la libertà di poter esprimere la sua idea. E sappiamo che non è assolutamente una prerogativa dei centri sociali. Uno degli studenti che conducevano la trasmissione, e che i Giovani Democratici definiscono ironicamente “genio”, è stato più volte mandato all’ospedale da questi grandi esempi di democrazia, aggredito perché volantinava fuori dal Liceo Manzoni a Milano.
Spiace che i Giovani Democratici abbiano fatto una figuraccia con questa uscita, sbagliando le citazioni e lasciandosi andare alla retorica ed alla demagogia. La prossima volta, se ce lo richiederanno, potremo dargli qualche buon consiglio su come scrivere, citare ed attaccare e potremo fornirgli gli estratti audio delle trasmissioni, così da evitare queste disastrose cadute di stile. È inoltre nostra volontà informare il lettore che gli stessi, qualche mese fa, sono stati invitati dal sottoscritto ad un tavolo per parlare di Mafia ed Unità d’Italia, un evento di confronto fra le due realtà giovanili. Purtroppo solo qualche giorno fa, benché inizialmente si fossero dichiarati entusiasti dell’idea, è stato rifiutato l’invito perché il tavolo non è ritenuto da loro necessario. Reale disinteresse nel creare un confronto provinciale fra giovani o, piuttosto, timore dell’evento dal forte impatto mediatico?

(ANSA) – ROMA, 31 GEN – ‘L’Italia dei Valori votera’ no in commissione bicamerale al federalismo’. Lo ha detto Antonio Di Pietro, molto irritato per l’intervista di Roberto Maroni al Corriere della Sera. ‘Siamo all’opposizione, non soffriamo di nessuna sindrome di Stoccolma e non accettiamo – ha sottolineato il leader Idv – diktat’. ‘Voteremo no perche’ la caduta del governo Berlusconi e’ l’obiettivo piu’ importante‘, ha concluso.

