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Archivio di aprile 2010

Il Belgio dice no al velo integrale

L’Europa inizia a svegliarsi. Il problema islamico passa anche attraverso la negazione dei diritti delle donne. Il velo non solo lede la dignità e la libertà della donna, ma è anche un simbolo che fortemente istiga all’involuzione, intesa come perdita di quei diritti che si sono conquistati dopo secoli di lotte.

Bisogna essere decisi e fermi. No al velo islamico nei luoghi pubblici.

NIQAB VIETATO NEI LUOGHI PUBBLICI

Il Belgio dice no al velo integrale

È il primo Paese europeo ad adottare questa misura.
La Francia esaminerà un testo analogo a maggio

BRUXELLES – Il velo integrale sarà vietato in Belgio. Malgrado la crisi di governo (il premier Leterme si è dimesso) i deputati hanno votato a favore del divieto di qualunque velo integrale nei luoghi pubblici con 134 voti a favore, due astensioni e nessun contrario. Il testo passa ora all’esame del Senato, sempre che le Camere non vengano sciolte prima per indire elezioni anticipate.

7 GIORNI DI CARCERE – Il Belgio si appresta così a diventare il primo Paese europeo ad adottare una misura simile, anticipando la Francia che esaminerà un testo analogo a maggio. Nel testo, proposto da liberali col sostegno dei cristiano-democratici fiamminghi e francofoni e dei socialisti, viene stabilito che «le persone che si presentano in uno spazio pubblico col volo coperto o mascherato, completamente o in parte, con un capo di abbigliamento che non le rende identificabili» saranno punite con un’ammenda da 15 a 25 euro o con una pena detentiva fino a sette giorni. Per spazio pubblico, nella proposta approvata, si intendono non solo edifici pubblici ma anche strade, giardini e impianti sportivi. Si fa eccezione per le feste di carnevale. Da diverse parti sono stati espressi dubbi sull’utilità della futura legge dato che i regolamenti di polizia vietano di coprire il volto già in molti Comuni belgi. Ma il voto schiacciante in Parlamento ha anche una forte valenza simbolica: i promotori dicono di voler assicurare la pubblica sicurezza ma anche rispettare la dignità delle donne.

Redazione online
29 aprile 2010
www.ilcorriere.it

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La vera storia della mensa di Adro

Un ottimo articolo di Belpietro che chiarisce quanto accaduto ad Adro (BS), dove il sindaco in quota Carroccio ha escluso dalla mensa scolastica i bambini delle famiglie che continuamente evitavano il pagamento della mensa scolastica.

Debbo confessare ai lettori l’estremo imbarazzo che provo in questi giorni: vedere gli articoli dedicati ad Adro, paesotto bresciano balzato agli onori della cronaca perché il sindaco leghista ha sospeso la mensa scolastica a chi non paga, mi dà un senso di repulsione. Non verso il primo cittadino o gli abitanti del piccolo comune, ma nei confronti di molti miei colleghi giornalisti, i quali seduti comodi alla loro scrivania commentano  fatti che appena conoscono, emettendo sentenze di razzismo e intolleranza contro un’intera comunità, la quale non ha alcuna colpa, se non quella di pretendere il rispetto delle regole.
Naturalmente so di che scrivo, essendo vissuto da quelle parti per oltre quarant’anni. Adro non è più razzista di quanto lo sia Bologna, tanto per rimanere alla capitale del comunismo alla mortadella. O Rovigo, dove un assessore di Rifondazione paga gli immigrati per farli ritornare a casa e levarsi il problema. Qui nessuno ce l’ha  con gli stranieri in quanto tali, che sono centinaia, spesso ben inseriti  e ormai sfiorano il dieci per cento della popolazione. Non c’entra niente la stella gialla sul braccio degli ebrei, come qualcuno ha scritto cercando di approfittare del caso per sistemare vecchie beghe locali. Semplicemente la gente del posto non ci sta a farsi prendere per il naso: se c’è un servizio a pagamento, è giusto che tutti paghino. Chi più, chi meno, in base alle proprie possibilità e quanti non ce la fanno si possono rivolgere ai servizi sociali.
La vicenda è tutta qui: la mensa è gestita da un’associazione parascolastica di genitori, la quale applica tariffe di poco più di un euro al giorno per le famiglie a reddito minimo e fino a quattro per quelle che guadagnano di più. In totale fanno 22 euro al mese nella fascia bassa, ma qualcuno non vuole versare neppure quelli  e così il buco si è allargato via via. Lettere e richiami non sono serviti a nulla e alla fine  il sindaco leghista, il quale l’anno scorso aveva ripianato il disavanzo con oltre 50 mila euro, ha avvisato che non metterà mano al portafogli una seconda volta. Ecco che si arriva al grande scandalo, con l’accusa di voler ridurre alla fame i poveri bambini extracomunitari. Sciocchezze: il discrimine non è razziale ma reddituale. Molti stranieri sono in regola con la retta e nessuno si è mai sognato di privare i loro figli del cibo. Ci sono anche famiglie di immigrati in difficoltà e per questo vengono assistite consentendo ai bimbi di continuare a ricevere il pasto. Infine c’è chi fa finta di niente, o perché pur essendo in regola lavora in nero e dunque dichiara nulla o più semplicemente perché preferisce far mangiare i figli a sbafo. Se fosse davvero indigente potrebbe chiedere aiuto ai servizi sociali, invece dopo l’annuncio della sospensione della mensa ha preferito quello della Cgil, alla quale ovviamente non è parso vero di poter attaccare un’odiata giunta leghista e farne una vertenza.
E così è partita la grancassa, coi giornali a parlare d’infamia e di un Carroccio che liscia il pelo ai peggiori istinti (Padellaro’s version) o di doveri elementari (Concita’s version), che poi sarebbero quelli di dar da mangiare a chiunque. Essendoci di mezzo i bambini, anche il grandi organi d’informazione si sono commossi, criticando il cuore di pietra della Lega. Nessuno naturalmente si è chiesto se le cose stessero davvero così e soprattutto perché alcune centinaia di brave mamme di altrettanti scolari fossero incazzate con chi non paga. Tutte razziste? Tutte meschine e avide? O non più semplicemente brave genitrici che non vogliono essere prese in giro da chi i soldi li ha ma preferisce spenderli in altro modo piuttosto che saldare la retta?
E i bambini, i bambini innocenti che si vedono discriminati a tavola?, domandano con le lacrime agli occhi nelle loro poltrone imbottite direttori e inviati? Siete sicuri che non siano usati strumentalmente in una guerricciola da strapaese?  La vostra preoccupazione è che i piccoli non percepiscano già alle elementari le differenze sociali e le difficoltà della vita e dunque li volete proteggere dalle ingiustizie? E se invece fosse un bene far capire già sui banchi di scuola che il reddito non ci ha fatti tutti uguali? Vi lamentate dei figli bamboccioni  e poi non siete in grado di dire che le differenze ci sono? E poi, se siete così addolorati, fatela voi la carità e non pretendete che anche quella sia pubblica e a carico dello Stato e del Comune.
Cari colleghi, io, che da ragazzino andavo a scuola con il cestino della merenda mentre i miei compagni godevano del servizio di refezione a pagamento e non mi sentivo per questo discriminato o con la stella al braccio, vi domando: non è che siete vittime di un razzismo immaginario perché a forza di inforcare gli occhiali politicamente corretti non vedete più quello che avete davanti al naso?

di Maurizio Belpietro – Libero

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Tre buoni motivi per volere una scuola federale

In questi giorni si è discusso circa l’approvazione di un disegno di legge che modifichi la scuola, connotandola su di una base regionale. Ma cosa significa? Vorrà dire che ogni regione potrà redarre programmi specializzati per la stessa, potrà disporre di albi regionali del personale docente e potrà variare l’offerta formativa a seconda delle richieste del territorio.
Ma ciò cosa comporterà?

1 – I programmi scolastici a livello regionale saranno pura espressione del territorio, aderiranno in toto alle richieste della regione, lavorative, culturali e occupazionali. L’approfondimento di talune tematiche o materie potrà garantire una specializzazione spendibile in maggior modo nel territorio interessato. Ma anche lo studio della storia concentrato su programmi che considerano in maniera più ampia le vicissitudini di una data regione, consentirà di valorizzare maggiormente il peso che la storia, la sua conoscenza, e, dunque, la tradizione, avranno sulla popolazione. Ciò consentirà anche una maggiore integrazione, in quanto offrirà agli studenti immigrati l’opportunità vera di conoscere nel profondo la cultura che li ospita. Allo stesso tempo offrirà anche ai nostri figli una più salda linea di continuità con il passato.

I popoli sono come gli alberi. Non sopravvivono senza radici
U. Bossi

2 – La presenza di personale docente di estrazione geografica remota rispetto alla classe crea diverse problematiche. La prima, prettamente didattica, è il diverso approccio alla lingua italiana che è offerto dal docente: il che non va disprezzato perché offre esempio della varietà linguistico-dialettale dell’Italia, ma può essere deleterio fatto l’esempio della scuola primaria, laddove gli esercizi grammaticali vorrebbero rinforzare talune debolezze linguistiche e non accentuarle. Il secondo problema è di carattere occupazionale: se in una regione vi è ampia disponibilità di personale docente in quanto diversi sono quelli sprovvisti di cattedra fissa, è controproducente andare in altre regioni – seguendo la attuale legge, che impone una graduatoria a livello nazionale – per ricercare il supplente. Con una scuola federale, questa ricerca sarà fatta su liste che comprenderanno le sole province della regione in questione. Inoltre, vi è anche un problema finanziario, in quanto gli spostamenti del supplente esterno alla regione, vengono sovvenzionati dal MIUR, il che è solo uno sperpero di risorse, in quanto con le stesse, si potrebbe finanziare in maniera più degna una ricerca che in Italia risulta alquanto snobbata dal ministero.

3 – Sarà garantita, dunque, una maggiore flessibilità dei programmi in relazione alle richieste ed alle offerte del territorio. Ciò dovrà marciare pari passo con una rivalutazione del punteggio di maturità e di laurea. É ormai un dato di fatto, se non una certezza, che le valutazioni finali nel Mezzogiorno d’Italia sono ben più alte di quelle Padane. Addirittura in Sicilia e Campania la metà degli studenti è sopra la media degli 8/10 e a fronte di 450 cosiddetti geni in queste regioni, ve ne sono solo 17 in Lombardia(1). L’evidente disparità di trattamento nei confronti degli studenti delle due realtà è palese. Si tratterà dunque, coniando programmi specifici per ciascuna regione, di evitare che i punteggi dell’esame di maturità abbiano congruente valenza a seconda delle varie declinazioni geografiche. Un tot/110 nelle regioni con maggiore “selezione” non potrà pesare come un tot/110 nelle regioni meno severe. Si dovrà quindi abolire il valore legale del titolo di studio, per evitare che un laureato che esce con un punteggio minore da un’università ardua e difficile si veda sorpassato in graduatoria da un secondo, laureato con un voto più alto (ma un impegno e una conoscenza minori) in un’università più semplice (2).

_________________
(1) http://archiviostorico.corriere.it/2004/maggio/15/Maturita_anticipo_record_del_Sud_co_9_040515027.shtml
(2) Il primo a parlare in Italia di abolizione del valore legale del titolo di studio fu il Ministro dell’Economia durante il Governo De Gasperi, Einaudi (poi presidente della Repubblica), che si ispirava alla concorrenza delle università anglosassoni, che vedevano gli studenti premiati sul campo, per meriti e conoscenze, e di conseguenza assunti nel mondo del lavoro, senza che vi fosse una scelta in base al punteggio di laurea.

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Coincidenze storiche…

Gronchi, che era stato per breve tempo sottosegretario nel primo governo costituito da Mussolini dopo la marcia su Roma [...] era un bell’uomo dall’oratoria forbita, e ostentava propensione per le più audaci riforme sociali. De Gasperi non lo amava – ricambiato – e per liberarsene l’aveva issato alla carica prestigiosa ma scarsamente operativa di Presidente della Camera. Il 29 Aprile 1955 Gronchi fu capo dello Stato, e non perse occasione, da quel momento in poi, per esprimere opinioni che non sempre collimavano con quelle del governo.

Indro Montanelli – L’Italia del Millennio – Cap. XVI pag. 427

Quando si dice che la Storia non fa mai nulla a caso…
Quel tale Gronchi che, dopo la morte di De Gasperi, con il quale era in contrasto, divenne Presidente della Repubblica, ci ricorda il Gianfranco Fini odierno. E anche nella posizione di Capo dello Stato non si risparmiò mai critiche all’esecutivo, che, nei tempi precedenti, gli erano costate l’isolamento alla Presidenza della Camera, carica prestigiosa ma scarsamente operativa.

Perché la Storia quei personaggi anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. (A. Manzoni)

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