Crocefisso, fino a dove difenderlo?
Era il 3 Novembre dello scorso anno, quando una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e del cittadino sanciva che il crocefisso doveva immediatamente sparire da ogni luogo pubblico in Italia. Da allora si sono scatenati i più accesi dibattiti sul tema.

John Locke, filosofo inglese
Ma fin dove dobbiamo, ma soprattutto possiamo, difendere il crocefisso? Bisogna ricordare che ci sono molte persone, si è stimato circa il 50% della popolazione europea (fonte: cafebabel.it), che si dichiarano atee o agnostiche. E sono cittadini europei in egual misura ai credenti. Sarebbe dunque legittimo che i primi possano frequentare luoghi pubblici che siano laici e non riconducibili a fedi religiose, nelle quali loro non si riconoscono. Lo stesso John Locke nell’Epistola sulla Tolleranza recitava: «Il magistrato (qui inteso come lo Stato, nda) non può imporre con la legge civile riti ecclesiastici o cerimonie di culto divino, né della propria Chiesa, né tanto meno della Chiesa degli altri». È quindi giusto che vi sia laicità nello Stato, e dunque nei luoghi pubblici. Quanti vogliono difendere il crocefisso, simbolo religioso, e sono convinti che sia dovere dello Stato mantenerlo in questi luoghi, commettono un errore, cieco e banale. Lo Stato è laico, o perlomeno tenta di esserlo.

L'ayatollah Komeyni
Le moderne democrazie non devono involvere in teocrazie; abbiamo davanti ai nostri occhi l’esempio fulgido dell’Iran: correva l’anno 1979 quando la Rivoluzione Iraniana deponeva la millenaria monarchia persiana ed instaurava nel paese un governo di tipo Islamico, proclamato repubblica, ma che di repubblicano possedeva solo il nome, in quanto fondava la sua legislazione sulla Sharia, la legge islamica (sia indice di analisi della democraticità di tale legge anche solo il ricorso a cento frustate per l’adulterio o al taglio delle mani per il furto). Era proprio l’ayatollah Khomeyni che pronunciava queste parole: «Il popolo ha voluto la Repubblica islamica e tutti debbono accettarla». L’estensione del culto religioso a tutto il popolo, obbligato, pena la morte, fu il principale segno di ademocrazia che si registrava in quel frangente.
Tornando sui nostri passi, quindi, decretare per legge l’esposizione di un simbolo religioso fa avvertire sentori di integralismo e intolleranza. Se veramente ci reputiamo socialmente superiori alle teocrazie islamiche, possiamo dimostrarlo nel difendere lo Stato come ente laico e solamente tale.
Allora perché, vi chiederete, difendo la presenza del crocefisso all’interno dei luoghi pubblici, non solo, ma anche in quelli privati? Poiché esso, se inteso come lo intendo io, ovvero in qualità di simbolo fortemente culturale che denota la nostra appartenenza alla cultura europea, non può essere privato della sua forte carica identitaria. É da stolti negare il forte ruolo che ebbe il Cristianesimo all’interno della cultura europea di ogni secolo. Ed è proprio da quei principi, che la cultura europea, nei quali è intrisa, si è staccata per partorire il pensiero cosiddetto “occidentale”, la nostra cultura odierna. Il Cristianesimo detenne un ruolo più che fondamentale durante la gestazione della giovane europa, ed è corretto che noi, in quanto europei, non cancelliamo l’identità e il ricordo della Storia.
Togliere il crocefisso dai luoghi pubblici, dunque, non significa, come molti credono, sbarazzarsi di un ingombrante emblema religioso, bensì, levarlo, significherebbe negare la nostra storia.
E negare la culla dalla quale siamo nati, porta come conseguenza l’annullamento delle nostre identità. Anche se ci siamo “evoluti”, togliere le nostre radici, significherebbe togliere noi stessi, eliderci ed illuderci.



