In consiglio comunale
Cerca

Archivio di febbraio 2010

Cosa c’è dietro questi disastri?

Dopo il disastro ambientale di due giorni fa sul Lambro, ecco che la Brianza è ancora al centro della cronaca: un pregiudicato calabrese freddato con un colpo alla testa e uno al cuore. Il terreno della Lombarda Petroli in mano ad un famoso gruppo edile locale, forse un’intimidazione finita male che ha visto il disastro ecologico. Troppo per la nostra Brianza!
Possibile che ci siano dietro questi pessimi fatti di cronaca ancora cosche malavitose, regolamenti di conti o, peggio, infiltrazioni mafiose? Non è un mistero che in Brianza le mafie abbiano trovato terreno fertile: un rigoglioso mercato del mattone, un cospicuo giro d’affari, ma, soprattutto, tanta gente ignara.

E questi fatti si vanno ad aggiungere al già triste dato rilevato nel  2008 che vedeva il territorio desiano letteralmente disseminato di rifiuti tossici, con un conseguente pericolo per tutta la cittadinanza. Ma di questo tratterò adeguatamente nei prossimi articoli.
Intanto le associazioni antiracket chiudono (ha abbandonato il campo nel mese scorso l’associazione SOS Antiracket, per continue minacce ed atti intimidatori), e nella giungla della malavita si fa a gara per chi riuscirà a controllare il territorio, sempre ammesso che non sia già stato spartito fra le varie famiglie.

Manifesto dei Giovani Padani

Questa predisposizione alla malavita, vi posso assicurare, non è di certo Brianzola. Dagli anni ’60 ad oggi è in atto una conquista silenziosa (come rilevano le indagini del CNEL), che nulla mostra delle trame se non il risultato finale. E vediamo le nostre città usurpate, e sembriamo impotenti davanti a tutto ciò.
Ma noi non molliamo, andiamo avanti. Bisogna riconquistare le nostre città, sbattere fuori quanti non c’entrano nulla, per dire a questa gente:
la Brianza non è cosa vostra!

Share

“Multiculturalismo e cattivo vicinato”. Da Il Corriere della Sera

Sfogliando l’altro giorno il Corriere della Sera (di Domenica 21 Febbraio), mi sono imbattuto in un articolo di Giovanni Sartori sul multiculturalismo, che non posso non proporvi. Analizza in maniera acuta ed argomentata un problema che più volte ci siamo posti: è possibile l’integrazione in Italia, e in generale in Europa? Se sì, come?
Vorrei porre la vostra attenzione su di un passaggio molto particolare, che mi sento di condividere pienamente: «Fa ridere, o piangere, che siffatte situazioni di disastrosa disgregazione sociale vengano acclamate come l’avvento di un glorioso futuro multietnico e multiculturale».

Tanti mi dicono che la paura per l’immigrato è ingiustificata, che il multiculturalismo è un modello verificato e funzionante (grave errore di valutazione), ma non si basano sui fatti reali e concreti: un’alta percentuale di stranieri implica maggiore difficoltà per il singolo ad integrarsi. La copiosa presenza causa paura, e con essa rigetto nel confronto di una realtà extracounitaria all’interno della società, e di qui la difficoltà per l’immigrato ad integrarsi. Nascono i ghetti e nascono le guerriglie di Via Padova.
Sappiamo che i numeri, dunque, sono il problema, e cosa fare se non regolamentare rigidamente (con il pugno duro, come dice Matteo Salvini) l’immigrazione fornendo dei tetti, delle regole e dei limiti, ma dando sicuramente più chance di integrazione del singolo?

Share

“O sole mio” simbolo dell’Italia? No, grazie!

«Le posso suggerire qualcosa che rappresenta il nostro paese? Una parola, tipo… ‘O sole mio?» Direttamente dal parco dell’Ariston, che in questi giorni è il despota indiscusso nei nostri salotti, nelle nostre case, arriva la novità secondo cui l’emblema dell’Italia è la celebre canzone in dialetto Napoletano di Giovani Capurro scritta a fine XIX Secolo: ‘O sole mio.
Per il mondo intero, e specialmente per la regina di Giordania, il nostro paese è rappresentato da questa canzone, che, nulla da togliere alla maestosità dello spartito, ad avviso di molti, ne rappresenta invece solamente una piccola parte. Ma il problema non è nella canzone in sé, quanto nella spasmodica esaltazione della “napoletanità”, portata dai più come simbolo di goliardia e anche come giustificazione di simpatia e scarsa attitudine alla serietà.
Ma non è certo una novità l’esaltazione della cultura e della civiltà napoletana all’interno della televisione pubblica e privata: i presentatori sembrano sciogliersi per innalzare le migliori lodi alla città e al costume Partenopeo,  nei talk-show si esalta l’uomo napoletano come indice di brio e piacevolezza.
La tendenza al malcostume, innegabile, tipica di Napoli, sembra trovare una grande esaltazione all’interno del mondo dei mass-media.

Speriamo sia solo una forma di compatimento e non l’esaltazione della dissolutezza.

Share

Io sto con Salvini

da ilgiornale.it

Dopo le agitazioni di Via Padova, dopo gli attacchi del centrodestra verso il centrosinistra, del centrosinistra verso il centrodestra, di tutti contro tutti, solo una proposta, valida e seria, si è alzata in quel marasma: il capogruppo della Lega Nord in Consiglio Comunale a Milano, Matteo Salvini, ha proposto, in maniera seria e distinta, di effettuare espulsioni casa per casa, per individuare e rimpatriare gli irregolari.

«Occorrono controlli ed espulsioni casa per casa, piano per piano. Purtroppo i segnali di quello che sarebbe successo c’erano già». E come dargli torto? La situazione in Viale Padova, a detta degli stessi residenti, è insostenibile. La legalità e la sicurezza non si ripristinano con le parole, già troppo spese inutilmente in questi ultimi anni, ma con i fatti. Come mai i fermati erano irregolari? Perché, anche se registrati nel CIE di Via Corelli e dovendo essere rimpatriati, sono diventati i protagonisti della rivolta del ghetto?
Uno Stato deve garantire la sicurezza ai cittadini, ai residenti di Via Padova come della Bovisa, di Buccinasco come di Abbiategrasso, di Lissone come di Desio, di San Giorgio come dell’intera Lombardia.
Ma quando anche nei salotti romani si percepirà questa ondata di insicurezza, di degrado e di criminalità, allora sarà troppo tardi.
«Questa è un’emergenza che va gestita con pugno duro», sagge parole, speriamo non vengano ignorate.

Share

Elezioni amministrative – Vota Molinari

Vota Fabio Molinari

Alle elezioni del 28 – 29 Marzo, non buttare via il tuo voto!
VOTA LEGA NORD!

Share

Ma che cosa ci fa il PDL in piazza?

da clandestinoweb.com

Leggo proprio ora di una manifestazione organizzata dalla segreteria provinciale del PDL contro i quartieri ghetto nella periferia milanese al centro delle ultime testate giornalistiche, e a favore dei «cittadini di Via Padova che ormai sono ostaggio degli immigrati».

Ma, qualche tempo fa, leggevo anche questo: «Estendere la cittadinanza sociale e politica», parole d’ordine, non di un deputato del Partito Democratico, bensì le dichiarazioni datate 28 Novembre 2009 (e apparse su Il Sole 24 Ore) del Presidente della Camera ed ex missino Gianfranco Fini, fiore all’occhiello del Popolo della Libertà.

Ma, mi viene spontaneo chiedermi, cosa ci fanno in piazza coloro che, comunque, appoggiano la cittadinanza veloce? Semplice, pura convenienza elettorale. Emerge infatti, dagli ultimi sondaggi, la forte rivalità di Lega e PDL in Regione Lombardia; e cosa ci può essere di meglio di una manifestazione del PDL sul tema della sicurezza per rubare voti al Carroccio?

Non lasciamoci ingannare dalle parole di chi, il giorno prima, predica e loda l’Italia multiculturale (Fini: «Italia lavori per un futuro multiculturale». AGI 20 Febbraio 2009), e il giorno dopo sembra averla da sempre osteggiata.

Sarà forse forte la paura di perdere la leadership in Regione, tanto da spingere i militanti berlusconiani a rinnegare le parole stesse del loro (semi)leader?

Staremo a vedere. Intanto la Lega, perlomeno nei sondaggi, fa paura alle altre forze politiche. E qui ne abbiamo la prova.

Share

L’ennesimo fallimento del modello multiculturale

da corriere.it

Come volevasi dimostrare.
Nella serata di ieri è stata guerriglia a Milano: bande di Nordafricani e Sudamericani hanno messo a ferro e fuoco la bella capitale lombarda, che di lombardo, oramai, ha solo il nome e qualche paese dell”hinterland.
Tutto comincia con l’uccisione di un Egiziano, dopo una rissa in pieno giorno, alla fermata del bus, fra due gruppi, l’uno di Sudamericani, l’altro di Nordafricani. Dopo nemmeno mezz’ora, amici, parenti e connazionali dell’ucciso scendono nelle vie di Milano; la fiumana di gente non pronuncia di certo «Ferrer! viva Ferrer!», ma parole incomprensibili della lingua di Saladino. Negozi, macchine, case, tutto ciò che poteva sembrare di origine Andine viene brutalmente frantumato, rovesciato, incendiato. É guerra razziale, mossa dallo stesso odio che animava le vie di Rosarno poco più di un mese fa. Quello stesso odio che i buonisti d’Italia condannavano, difendendo la società multiculturale come valore, osannando il meltingpot e tacciando di razzismo quanti vedessero con scetticismo questo modello. E adesso chi sono i razzisti? Chi ha importato in Italia un sistema societario fallimentare? Le guerre fra bande della West Coast statunitense dovevano esserne una testimonianza. E invece no.
Questa non è integrazione.

Il modello Finiano (l’ex missino, il 20 Febbraio dello scorso anno, invitava l’Italia a lavorare per un futuro multiculturale)  e italo-buonista sta dando i suoi tanto attesi frutti, smascherando il fallimento dei sistemi immigrazionisti selvaggi, poiché così non si vuole integrare l’extracomunitario nella cultura già presente, ma creare una pluralità di etnie che necessariamente entreranno in lotta, l’una contro l’altra. E se c’è ancora qualche milanese a Milano, pensi a cosa direbbero i suoi avi, se potessero vedere che sotto la Madunina si parla e si uccide in decine di lingue diverse.

Share

Crocefisso, fino a dove difenderlo?

Era il 3 Novembre dello scorso anno, quando una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e del cittadino sanciva che il crocefisso doveva immediatamente sparire da ogni luogo pubblico in Italia. Da allora si sono scatenati i più accesi dibattiti sul tema.

John Locke, filosofo inglese

Ma fin dove dobbiamo, ma soprattutto possiamo, difendere il crocefisso? Bisogna ricordare che ci sono molte persone, si è stimato circa il 50% della popolazione europea (fonte: cafebabel.it), che si dichiarano atee o agnostiche. E sono cittadini europei in egual misura ai credenti. Sarebbe dunque legittimo che i primi possano frequentare luoghi pubblici che siano laici e non riconducibili a fedi religiose, nelle quali loro non si riconoscono. Lo stesso John Locke nell’Epistola sulla Tolleranza recitava: «Il magistrato (qui inteso come lo Stato, nda) non può imporre con la legge civile riti ecclesiastici o cerimonie di culto divino, né della propria Chiesa, né tanto meno della Chiesa degli altri». È quindi giusto che vi sia laicità nello Stato, e dunque nei luoghi pubblici. Quanti vogliono difendere il crocefisso, simbolo religioso, e sono convinti che sia dovere dello Stato mantenerlo in questi luoghi, commettono un errore, cieco e banale. Lo Stato è laico, o perlomeno tenta di esserlo.

L'ayatollah Komeyni

Le moderne democrazie non devono involvere in teocrazie; abbiamo davanti ai nostri occhi l’esempio fulgido dell’Iran: correva l’anno 1979 quando la Rivoluzione Iraniana deponeva la millenaria monarchia persiana ed instaurava nel paese un governo di tipo Islamico, proclamato repubblica, ma che di repubblicano possedeva solo il nome, in quanto fondava la sua legislazione sulla Sharia, la legge islamica (sia indice di analisi della democraticità di tale legge anche solo il ricorso a cento frustate per l’adulterio o al taglio delle mani per il furto). Era proprio l’ayatollah Khomeyni che pronunciava queste parole: «Il popolo ha voluto la Repubblica islamica e tutti debbono accettarla». L’estensione del culto religioso a tutto il popolo, obbligato, pena la morte, fu il principale segno di ademocrazia che si registrava in quel frangente.

Tornando sui nostri passi, quindi, decretare per legge l’esposizione di un simbolo religioso fa avvertire sentori di integralismo e intolleranza. Se veramente ci reputiamo socialmente superiori alle teocrazie islamiche, possiamo dimostrarlo nel difendere lo Stato come ente laico e solamente tale.

Allora perché, vi chiederete, difendo la presenza del crocefisso all’interno dei luoghi pubblici, non solo, ma anche in quelli privati? Poiché esso, se inteso come lo intendo io, ovvero in qualità di simbolo fortemente culturale che denota la nostra appartenenza alla cultura europea, non può essere privato della sua forte carica identitaria. É da stolti negare il forte ruolo che ebbe il Cristianesimo all’interno della cultura europea di ogni secolo. Ed è proprio da quei principi, che la cultura europea, nei quali è intrisa, si è staccata per partorire il pensiero cosiddetto “occidentale”, la nostra cultura odierna. Il Cristianesimo detenne un ruolo più che fondamentale durante la gestazione della giovane europa, ed è corretto che noi, in quanto europei, non cancelliamo l’identità e il ricordo della Storia.

Togliere il crocefisso dai luoghi pubblici, dunque, non significa, come molti credono, sbarazzarsi di un ingombrante emblema religioso, bensì, levarlo, significherebbe negare la nostra storia.
E negare la culla dalla quale siamo nati, porta come conseguenza l’annullamento delle nostre identità. Anche se ci siamo “evoluti”, togliere le nostre radici, significherebbe togliere noi stessi, eliderci ed illuderci.

Share

All’indomani dell’Unità

A Palermo, il potere era stato affidato, con la carica di Luogotenente , a Montezemolo. A Napoli rimase, con lo stesso titolo, nelle mani di Farini, che scriveva al Primo Ministro (Cavour, ndr): «Altro che Italia! Questa è Africa. I beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile». Era con questo animo che i “fratelli” del Nord si disponevano all’integrazione con quelli del Sud.

Indro Montanelli. Storia d’Italia vol XV – 1972

Luigi Carlo Farini

Possiamo tranquillamente confermare come questa differenza culturale non sia mutata con il tempo. Permane all’interno della nostra società una sostanziale differenza culturale, mentale, sociale, organizzativa, burocratica e linguistica fra Nord e Sud. Solo stolti e visionari negano ciò.
Sono fermamente convinto che le necessità storiche non esistano, ma posso tranquillamente affermare che ci sia una grande probabilità (rimangono ignote le tempistiche) di un’affrancamento delle due realtà dal legame centrale chiamato stato italiano. La Storia ce lo insegna: i popoli sono sempre riusciti ad autodeterminarsi, la differenza è stato il lasso di tempo impiegato.

Share

E pur si muove!

Benché possano costringere all’abiura la stessa verità, benché venga nascosta, modificata o eliminata, essa non cessa di esistere.
E’ compito dell’uomo giusto scavare nei meandri della storia, della politica passata e contingente, per rivelare al mondo ciò che ne tesse le fila.
Perché solo con la cultura, la conoscenza e la verità, il mondo potrà risollevarsi dall’impronta apocalittica attuale. Solo così l’aridità sociale troverà finalmente la fine, solo così potrà nascere quel mondo giusto e retto. L’ignoranza è onerosa di vite e denari.

Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza

(Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 118-120)

Share

Facebook
Collegati con Facebook:


Ultimi visitatori




Luigi Filippini serramenti alluminio lissone